È un sorriso amaro quello che suscita il testo di Gaber e Luporini ed è anche un
invito a riflettere su tematiche più attuali che mai. È la storia di un uomo che,
assillato dai suoi dubbi sul senso dell’esistenza e disgustato dalla volgarità del
mondo, decide di andare ad abitare in campagna. Ben presto si accorge di non essere
solo, c’è un topo che lo sfida, il Grigio, un animale che angustia le sue giornate, i
suoi pensieri. Incomincia tra i due una lotta metodica, serrata, finché il protagonista
non scoprirà la meschinità di una vita senza amore
e il bisogno dell’altro.
Nelle vesti che furono di Giorgio Gaber, si cimenta Mario Mirelli, un attore che
sceglie le modalità espressive proprie del teatro di ricerca per mettere in scena uno
spettacolo dove voce, suono, gesto concorrono in ugual misura al risultato finale.
“Credo che alla base del lavoro di Luporini e mio (…) ci sia un grande desiderio ci
smascheramento (….)Ognuno di noi ha ogni giorno molto spazio nei rapporti
quotidiani per mettersi alla prova e per trovare il “qui e ora”, ci sono tantissime
occasioni per essere persone piuttosto che maschere. E lo smascheramento di quello
che siamo mi sembra una cosa realizzabile minuto per minuto nella nostra vita.(…)
Ne “Il Grigio”affronto l’oggi con tutti i suoi problemi, gli stessi problemi che
appartengono a ognuno di noi, giovane o ex giovane che sia. Rifiuto e combatto
questa volgarità dilagante. Racconto il disgusto generale, la difficoltà di dar
battaglia al nemico, perché non esiste più un nemico immediatamente identificabile.
Il nemico è ormai dovunque, anche dentro di noi. E per meglio individuarlo, bisogna
inventarsene uno. Magari un topo.”
Giorgio Gaber





